Uno dei modi in cui può essere tradotta la parola Mantra è Man-Antar, dove Man è la mente (ma questa parola può significare anche “cuore”) ed Antar vuol dire “all’interno, dentro”. Questa traduzione ci ricorda che un Mantra non è una parola o una frase qualsiasi, ma piuttosto un suono in grado di penetrare la mente e, di conseguenza, trasformare la sua natura.
Una semplice affermazione non potrebbe penetrare la nostra mente; deve essere un suono, un significato che tocchi il nostro “isht” cioè il nostro “punto di devozione”, e attraverso l’energia del cuore possa trasformare la nostra identificazione per superare il limite della nostra comprensione mentale e condurci a percepire la nostra natura divina e più profonda.
E’ comprensibile quindi che a coniare una tale frase o parola non possa essere una persona in uno stato ordinario di coscienza; ci vuole un Maestro, un Guru, qualcuno in grado di captare, fra le forme sonore universali e attraverso la sua meditazione, la permutazione e combinazione di suoni specifica per manifestare sul piano terreno un messaggio trascendente che possa illuminarci.
Quindi il Mantra “penetra” la nostra mente. Nella mia esperienza ho osservato che ciò che avviene è che la frequenza della vibrazione delle parole sacre pronunciate dalla nostra voce non trova ostacoli; poiché siamo abituati ad ascoltarla, non abbiamo difese ai suoni che noi stessi pronunciamo.
Quando ripetiamo un Mantra con il nostro Japamala – japa significa ripetere, ma anche tenere a mente, ricordare – non facciamo altro quindi che riportare noi stessi ad una vibrazione più sacra, più elevata.
Ripetiamo, per non dimenticare che siamo esseri divini, creature di un Unico Creatore.
